Pascoli

Pascoli fu considerato per lungo tempo un poeta di modesta importanza; durante la sua esistenza, infatti, fu "compresso" tra la posizione carducciana, vista ancora come miglior esempio della letteratura italiana, e la posizione dannunziana che rapidamente stava emergendo e conquistando il pubblico. Pascoli nutri' sempre una segreta invidia per il successo del D'Annunzio: il poeta di Pescara, infatti, a soli 30 anni aveva raggiunto una fama e una gloria che furono sempre negati al Pascoli. Possiamo tuttavia evidenziare il fatto che durante il novecento la poesia pascoliana e' stata rivalutata ed ha superato notevolmente quella dei due "antagonisti". D'Annunzio, dopo la prima guerra mondiale, viene stroncato dalla critica; Carducci invece viene completamente dimenticato. Oggi la critica tende a considerare Pascoli come il maggior poeta che visse a cavallo tra i due secoli.

Pascoli venne considerato a lungo come un poeta sentimentale, buono e adatto ai bambini. In realta' egli e' dominato da una psicologia assai complessa e da un difficilissimo rapporto con gli altri, dominato da contrasti e paure. Pascoli e' il fondatore della prima poesia simbolista italiana; non ebbe alcun contatto con i simbolisti francesi, ma sviluppo' la sua poetica con coerenza e intimita', con puro istinto poetico. Nelle sue opere, come fa notare il Gioanola, non e' presente una banale e vuota ingenuita' infantile, ma una solida prospettiva psicologica che ci illustra con grande chiarezza le crisi e i conflitti di quell'epoca.

L'ideologia

Bisogna ancora inserire Pascoli nel generale orientamento del tempo, il decadentismo, che rifiutava la civilta' contemporanea: mentre autori come D'Annunzio concretizzano questo rifiuto con il vagheggiamento di un mondo di pura bellezza , Pascoli lo concretizza o con il ripiegamento intimistico, spesso vittimistico, oppure nel vagheggiamento della campagna e delle umili cose, di un paradiso perduto. La scienza, secondo Pascoli, ha ricondotto la mente dell'uomo alla coscienza del suo destino inesplicabile, non ha assolutamente donato liberta' all'uomo, ma, anzi, la societa' industriale, valorizzata dal positivismo, soffoca l'uomo: viene cosi' definito il "rifiuto della storia" secondo il quale la storia viene contrapposta al mondo campestre delle piccole cose. Nel poeta, inoltre, il rifiuto della storia da' come conseguenza amara la solitudine, l'autocommiserazione, lo smarrimento di chi non riesce a vedere altro che la Terra come un regno del male. Ne deriva, quindi, la visione di una vita tutta raccolta nell'ambito della famiglia, gelosamente custodita e difesa.


Pascoli
La vita

Giovanni Pascoli nasce nel 1855 da una famiglia modesta, benestante e appartenente alla piccola borghesia. Trascorre la sua infanzia nel paese nati'o, San Mauro di Romagna, in una condizione di sostanziale benessere, sebbene il Pascoli nelle sue opere tenda a mostrare una realta' durissima e poverissima. Ci furono due eventi nella sua infanzia che lo sconvolsero: in primo luogo la morte del padre, che venne ucciso misteriosamente, forse da alcuni contrabbandieri. Pascoli rimase traumatizzato da questo fatto e la famiglia passo' momenti molto difficili. Poi una serie di disgrazie portarono alla morte di quasi tutti i componenti della famiglia (che era molto numerosa), ivi compresa la madre. A Pascoli non restarono che due sorelle, Ida e Maria.

Tuttavia Giovanni riusci' a frequentare l'universita' a Bologna, dove ebbe modo di conoscere Carducci e simpatizzare per i socialisti; fu anche arrestato e passo' alcuni mesi in carcere. Uscito di galera, rinuncia alla politica, idealizzando una forma di socialismo "francescano", unitario e basato sulla concordia tra gli uomini, quindi estremamente utopico. Insegno' in diversi licei italiani, dove si guadagno' la fama di ottimo latinista (i suoi carmina in latino sono eccellenti). Dopo la morte del maestro Carducci, ne prese il posto, me ebbe diverse difficolta' in particolare con gli alunni che venivano a seguire le sue lezioni. Grazie alle sue poesie in latino, vinse diversi premi ad Amsterdam e, mettendo insieme tutte le medaglie d'oro vinte, riusci' a comprarsi una casa a Castelvecchio Borga, sepolta tra gli alberi e con tre biblioteche, una di poesie latine, una di critica dantesca, un'ultima di poesia italiana. Pascoli non si sposo' mai e nutri' un'autentica repulsione nei confronti del matrimonio e dell'amore; visse con la sorella Maria fino alla sua morte per cirrosi epatica nel 1912.

La poetica

Pascoli esordi' a 36 anni con la raccolta, "Myricae" (i tamerici sono dei piccoli arbusti, quindi "Poesia delle piccole cose, delle cose umili"), il cui nome e' tratto dalla quarta bucolica di Virgilio. Come poeta, Pascoli difetta di una evoluzione psicologica sul modello leopardiano; la sua poesia e' nominata da una serie di temi e motivi ricorrenti:



La casa come nido. Pascoli sembra aver paura della vita adulta, la casa rappresenta un desiderio di protezione. La lunga siepe che cingeva la casa simboleggiava il distacco dalla citta' e dal mondo esterno. Da questo punto di vista e' notevole la differenza con D'Annunzio.
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La campana. Sembra essere convinto di raggiungere la vita vera tramite l'intuizione poetica, che avvicinerebbe ad una dimensione piu' profonda e intima, quasi divina (anche se il Dio cristiano non appare quasi mai nella sua poesia). Le anime sono immortali e la campana e' una voce carica di mistero che conduce all'aldila'.
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Gli uccelli diurni e notturni. Gli uni sono simbolo di una vita superiore e felice, gli altri di morte; Pascoli dimostra una conoscenza scientifica della natura, allontanata da ogni passione conoscitiva e vista con un'ottica quasi positivista.
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La morte. Viene vista attraverso molte simbologie.
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L'erotismo. Spesso viene rappresentato dai fiori.
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Pascoli crea una lingua completamente nuova: 1. Non trae mai le sue parole dai libri, ma dalla natura e dai suoi suoni. 2. Introduce nella poesia termini di natura tecnica. 3. E' denotabile un profondo influsso greco e latino. 4. Frequente uso di onomatopee.
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Uso di un linguaggio pre-grammaticale, grammaticale o post-grammaticale. Il primo e' costituito essenzialmente dalle onomatopee, il secondo corrisponde a quello di uso comune e l'ultimo coincide con le lingue speciali. L'uso di questo linguaggio tecnico lo avvicinerebbe allo stile verista, ma bisogna tenere conto della "coesistenza di questi tre linguaggi che rende possibile un'innovazione: la sua poesia e' infatti evocativa e fortemente soggettiva, assolutamente non descrittiva, come prevede la poetica del decadentismo" (Contini).
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Sincretismo linguistico (v. Italy).
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Secondo il Pascoli, ogni uomo e' poeta se riesce a dare spazio al fanciullino che e' in lui: il bambino e' il piu' grande poeta in assoluto. In un suo scritto famoso, "Il fanciullino", Pascoli definisce chiaramente la sua poetica. La poesia non e' logos, cioe' razionalita', ma consiste in una capacita' di stupore tutta infantile e in una disposizione all'irrazionale che permangono dentro l'uomo anche quando si e' lontani dall'infanzia. Il poeta e' insomma il fanciullino che si mette di fronte alla realta' e attribuisce significati alle cose che lo circondano estremamente soggettivi. Il poeta, come il bambino, secondo Pascoli, e' caratterizzato dalla capacita' di riflettere i propri stati d'animo verso l'esterno. Nell'ottica pascoliana, infatti, non viene ritenuto importante il momento tecnico, ma quello intuitivo. Questo weltenschauung tipicamente decadente, tende a privilegiare l'intuizione poetica sulla forma, in un'ottica assai insolita e che oggi non e' piu' ritenuta valida. L'infanzia e' simbolo di protezione e felicita', il fanciullino e' un mito risolutore.
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La poesia di Pascoli non segue uno sviluppo logico, la conoscenza avviene per intuizione; per questo motivo viene privilegiata la struttura paratattica e una "poetica del vago", i cui termini sono lontani da ogni concretezza. Sono frequenti le sostantivizzazioni degli aggettivi ("Nero di nubi", "Voci di tenebra azzurra"), l'analogia, ossia la presentazione di immagini che hanno una precisa valenza in se' e la sinestesia.

Le opere: Myricae

La prima edizione, che comprendeva 22 poesie, parecchie delle quali erano gia' state pubblicate su riviste, appare nel 1891. Si susseguirono poi numerose edizioni ampliate, sino a quella definitiva (la sesta) del 1903 che comprende 155 componimenti.

Le opere: I canti di Castelvecchio

La prima edizione e' del 1903, l'ultima, con diversi ampliamenti, postuma, a cura di Maria Pascoli, e' del 1912. Nella raccolta sono ripresi e approfonditi i temi di Myricae, ma ha particolare incidenza il tema del nido familiare e delle memorie autobiografiche e compaiono parecchi componimenti di impianto narrativo.

Le opere: Poemi Conviviali

Parecchi furono pubblicati sulla rivista "Il Convito", che nacque nel 1895 e dalla quale deriva presumibilmente il titolo. C'e' chi pensa pero' che questo sia da collegare all'epigrafe greca che Pascoli premise alla raccolta e che si rifa' ai "canti simposiaci" greci con l'uso di brindare ad Alceo alla fine del convito.

Le poesie

LAVANDARE
Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l'aratro in mezzo alla maggese.

X AGOSTO
San Lorenzo, io lo so perche' tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade. Perche' si' gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini.

Ora e' la', come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano.,
e il suo nido e' nell'ombra, che attende,
che pigola sempre piu' piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero; disse: Perdono;
e resto' negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono...

Ora la', nella casa romita,
lo aspettano, aspettano invano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi quest'atomo opaco del Male!

NEBBIA
Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l'alba, da lampi notturni e da crolli
d'aeree frane!

Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch'e' torto!
Ch'io veda soltanto la siepe dell'orto,
la mura ch'ha piene le crepe
di valeriane.

Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch'io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che danno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.

Nascondi le cose lontane
che vogliono ch'ami e che vada!
Ch'io veda la' solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane...

Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo del cuore!
Ch'io veda il cipresso
la', solo,
qui, solo quest'orto, cui presso
sonnecchia il mio cane.







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