Mallarme'

Stephane Mallarme'

Stephane Mallarme', nato a Parigi nel 1842, fu un esponente decisivo del simbolismo francese, nonostante si distacchi in maniera radicale dalla poesia di Rimbaud e Verlaine. La sua vita fu piuttosto tranquilla e modesta, in particolar modo se confrontata con quella degli altri poeti decadenti. Fu docente di inglese al liceo, fu un profondo conoscitore della letteratura non solo francese, ma anche straniera. Sono comunque scarse e frammentarie le notizie che abbiamo intorno alla sua vita.

Dal punto di vista stilistico, Mallarme' si pone alla ricerca di un linguaggio nuovo, "essenziale" e "puro", che restituisse alle cose il loro vero significato e la loro purezza. La scrittura di Mallarme' tende alla perfezione assoluta, alla completa identificazione dell'arte come strumento salvatore e profetico. La sua dunque e' una produzione piuttosto laboriosa, tormentata, sconvolta. Le sue opere sono state scritte, riscritte e rielaborate decine di volte, a discapito di una produzione alquanto esigua.

La poesia di Mallarme' si presenta piuttosto diversa da quella degli altri decadenti: le parole e le frasi vengono rese assolutamente impersonali e vengono "de-realizzate", il sentimentalismo viene rimosso del tutto, la disumanizzazione giunge ai vertici massimi. La sua e' una poesia fredda, amara, talora vuota e apparentemente insignificante. Quello che questo poeta vuole raggiungere e' l'Assoluto, che viene a coincidere nella continua ricerca con il Nulla: la poesia si fa sempre piu' astratta, vuota, evanescente, giungendo all'abolizione di ogni oggetto concreto, accogliendo al suo interno solo idee pure e spirito. L'unico strumento di cui il poeta puo' servirsi per esprimere questo Assoluto e' il simbolo.

In Italia Mallarme' ebbe una notevole influenza; dalla sua concezione poetica si sviluppera' tutto il filone della poesia "pura", in particolare possiamo ricordare Ungaretti e, soprattutto, gli ermetici.

Le poesie

RISVEGLIO
La primavera malata ha scacciato tristemente
L'inverno, stagione dell'arte serena, il lucido inverno,
E, nel mio essere dal sangue cupo dominato
In un lungo sbadiglio si stira l'impotenza.

Crepuscoli bianchi se ne stanno nel tepore del mio cranio
Che un cerchio ferreo serra come vecchio sepolcro
E, triste, erro dietro un bel sogno vago,
Nei campi dove immenso trionfa il germoglio

Poi cado di profumi d'alberi snervato, stanco,
E con la faccia una fossa al mio sogno scavando,
La terra calda mordendo dove sbocciano i lilla,

Attendo che si levi la mia noia mentre m'inabisso...
- L'Azzurro intanto ride sulla siepe e il risveglio
Di fitti uccelli che fiorendo stormiscono al sole.

SONETTO
Ritto dal balzo e dalla curva
D'un effimero cristallo
La veglia amara non fiorendo
S'interrompe il collo ignorato.

Due bocche non bevvero, io credo,
Ne' il suo amante ne' sua madre,
mai alla stessa Chimera,
lo, silfo di queste fredde volte!

Il vaso puro d'ogni linfa tranne
Della vedovanza inestinguibile
Agonizza ma non consente,

Casto bacio dei piu' funebri!
A nulla cedere che annunci Una rosa nelle tenebre.

ANGOSCIA
Non vengo stasera a vincere il tuo corpo, o bestia
In cui i peccati s'accolgono di un popolo, ne' smuovero'
Nei tuoi capelli impuri una triste tempesta
Quando la noia inguaribile si versa dal mio bacio:

Chiedo al tuo letto il sonno pesante senza sogni
Che scorre sotto le cortine sconosciute del rimorso,
E che gustare puoi dopo le nere tue menzogne,
Tu che del nulla ne sai piu' che i morti.

Il Vizio, rodendo la mia nativa nobilta'
M'ha come te segnato della sua sterilita'
E mentre vive nel seno tuo di pietra

Un cuore non scalfito dal dente del delitto,
Pallido, disfatto, fuggo tormentato dal lenzuolo,
Io che ho paura di morire quando dorino solo.







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