Introduzione
D'Annunzio appartiene alla storia del costume piu' che a quella della letteratura. Questa opinione, al giorno d'oggi ritenuta sempre meno vera, resta tuttavia molto criticabile: si tende, soprattutto in questi ultimi anni, a rivalutare quella che fu la poetica dannunziana. Fu un personaggio di enorme successo, grande giornalista, seduttore e combattente; tutte queste premesse portarono ad un notevole riconoscimento dei suoi libri da parte del pubblico. Nel dopoguerra il mito di D'Annunzio, ritenuto a ragione il poeta del regime, fu liquidato molto rapidamente, considerandolo un "dilettante delle sensazioni" (Croce), che non visse a fondo nessuna esperienza. Oggi apprezziamo alcune grandi poesie dannunziane e alcuni romanzi, mentre il teatro e' ritenuto piuttosto debole.
La vitaNel 1863 nacque a Pescara Gabriele D'Annunzio da famiglia agiata; nel 1874 frequento' il collegio Cicognini di Prato. Ancora in convitto pubblico', nel '79, una raccolta in versi: Primo Vere. Conseguita nell'81 la licenza liceale si stabili' a Roma dove entro' in contatto con ambienti sia letterari sia aristocratici, iniziando una fortunata attivita' di giornalista, di scrittore, di uomo di mondo. Si iscrisse all'Universita' presso la facolta' di lettere, ma non la frequento' mai, perche' impegnato in altri interessi. Fu nella redazione di alcune riviste e di alcuni periodici, quando improvvisamente si sposo' con Maria Harduin di Gallese, dopo una romantica e breve fuga in treno. Negli anni successivi divenne lo scrittore dell'alta societa' romana, della quale esalto' i riti mondani. Nel 1889, dopo un soggiorno a Francavilla, compose "Il Piacere". Dal '91 al '93 abito' a Napoli con Maria Gravina. Ferito in un incidente perdette l'occhio destro e durante la convalescenza scrisse "Il notturno". Alla fine della guerra fu animatore di gesti nazionalisti e diffuse il mito della "vittoria mutilata". L'ultima azione fu la "marcia su Fiume", citta' della quale divenne legislatore sino al '21. Si ritiro' infine nella villa di Gardone Riviera, da lui chiamato "Il Vittoriale" che trasformo' in un mausoleo fastoso della sua vita e della sua opera. Qui, pur non smettendo di partecipare con scritti e messaggi agli eventi del paese, lo colse la morte nel '38.
La poeticaDefinito da B. Croce "dilettante di sensazioni", D'Annunzio interpreta da un punto di vista superomista il gusto decadente e intende il poeta come soggetto inimitabile. L'arte e' attivita' suprema, fortemente soggettiva ed esaltante. Alla base del pensiero dannunziano e' possibile riscontrare queste tre componenti: estetismo, panismo, superomismo.
L'estetismo"Il Piacere" e' considerato dalla critica la vera e propria "bibbia" del decadentismo estetico italiano. Tuttavia, considerando la dimensione che assunse il simbolismo-decadentismo in Europa, dobbiamo considerare l'originalita', se non l'eccezionalita', di un tale autore. Andrea Sperelli, il protagonista, e' un personaggio autobiografico, poiche' e' l'incarnazione di quello che l'autore avrebbe voluto essere. Esteta fino all'eccesso, Andrea Sperelli (alias di D'Annunzio) vive da uomo fuori dal comune perche' eccezionalmente dotato e raffinato. Nel romanzo il poeta ricerca la bellezza in una donna affascinante e sfuggente, espressione di cio' che puo' ammaliare un esteta.
Il panismoSoprattutto in Alcyone l'autore esprime il panismo, il cui nome deriva dal dio Pan che tornato sulla terra, invita gli uomini a immergersi nelle cose, a immedesimarsi in esse; le parole e le immagini si fanno evanescenti, mentre il linguaggio e' analogico ed evocativo. Una concezione decadente della realta' consente di attribuire alla natura caratteristiche umane e all'uomo di immergersi nella natura. Si attenua fino quasi ad annullarsi la distinzione tra il soggetto-poeta e l'oggetto-natura.
Il superomismoDietro alle parole c'e' pero' il vuoto piu' completo di pensiero, ma soprattutto di sentimento. E' riscontrabile nel poeta il desiderio di imporsi, di agire e cio' sconfina in megalomania gia' riscontrabile nel poeta adolescente che negli anni maturi risente della nuova filosofia tedesca (superomismo). D'Annunzio, avendo rifiutato di porsi una problematica del vivere, si proietto' in una vita attiva e combattiva. Il suo vitalismo si rivelo' in due sensi: primo, come insofferenza di una vita comune e normale. Secondo come vagheggiamento della "bella morte eroica".
Egli percio' insiste sui temi della grandezza, dell'orgoglio, dell'eroismo estetizzante. Determino' la svolta piu' importante del decadentismo, quella superomistica, a cui aderi' dopo la (errata) interpretazione di Nietzsche. In D'Annunzio il superuomo trova la sua perfetta identificazione con l'artista. In lui non e' tanto la vita a tenere dietro l'arte, ma l'arte a seguire le eccentricita' della vita e questo costo' al poeta un'accusa di superficialita'.
Le opereD'Annunzio esordi' nella sua societa' con opere in prosa, in poesia, e sceneggiature teatrali. Esordi' nella sua carriera di scrittore proprio come poeta, pubblicando il "Primo vere" e il "Canto novo", due raccolte in cui imito' lo stile carducciano, ma senza sviluppare in modo organico il tema erotico, che nelle opere successive invece tendera' a "intellettualizzarsi", raggiungendo una dimensione, per cosi' dire, aristocratica (v. Il piacere). Una terza e importante raccolta dell'esordio fu "Intermezzo di rime", dove il tema erotico viene invece sviluppato appieno. Per quel che riguarda la prosa, D'Annunzio sviluppa il filone verista, partendo da Verga e cercando di imitarne il realismo. Pubblica le "Novelle della Pescara", una raccolta novelle brutali che narrano le vicende dell'Abruzzo. Esaspera le scene sanguinarie e sviluppa un gusto sadico che tradisce il verismo. D'Annunzio non racconta quindi una storia verista, ma inserisce con violenza se stesso e i suoi sentimenti nell'opera.
Si dedica quindi al romanzo e pubblica il suo primo grande capolavoro, "Il piacere" (1889), considerato a ragione il manifesto dell'estetismo italiano, in cui la forma e l'apparenza dominano su tutti gli altri valori. Protagonista e' Andrea Sperelli D'Ugenta, educato dal padre al piacere e all'estetica, che si configura come il primo eroe dannunziano e che preannuncia le caratteristiche di quelli che saranno i superuomini nei romanzi successivi. Nella Roma di fine secolo, dove si ambienta il romanzo, D'Annunzio propone gli ambienti mondani e nobili della citta'. Il romanzo e' ricco di amori estetizzati e svuotato da ogni altro valore che non sia in linea con il piacere dannunziano. Nel 1893 compone il "Poema paradisiaco", in cui D'Annunzio, stanco di mentire e di vivere la societa' esteta, medita sui luoghi dove era nato, esaltando la purezza del luogo natio, che fa sentire "piu' veri". Subito dopo cerca temi nuovi e si dedica alla lettura di alcuni autori russi come Tolstoj o Dostoevskij; tenta quindi l'approccio ai drammi morali, ma con scarsissimi risultati: in questa ottica pubblica due romanzi, "Giovanni Episcopo" e "L'innocente".
In seguito a questa esperienza e in seguito alla lettura di Nietzsche, inizia un ciclo di romanzi detti "del superuomo". Il ciclo si compone di tre opere: "Le vergini delle rocce", ritenuto il manifesto politico del superuomo, "Il trionfo della morte", ritenuto il manifesto sensuale e "Il fuoco", considerato invece il manifesto letterario. Tre i romanzi, tre anche i superuomini che ci vengono presentati: nell'ordine, Claudio Cantelvo, Giorgio Aurispa, Stellio Effrema. Nel 1903, dopo aver composto "Le faville del maglio", un'opera in cui il poeta proietta tutti i suoi ricordi, compone "Il libro delle laudi" o, semplicemente "Le laudi". In questa raccolta, ed in particolare nel terzo libro, "Alcyone", ci troviamo di fronte alla summa poetica del D'Annunzio, in cui la parola diventa musica e il suono viene a dominare sul significato. Per quel che riguarda la dimensione teatrale, il successo fu scarsissimo; in effetti le sue opere sono piuttosto modeste. Tra le tante meritano di essere menzionate "La figlia di Iorio", "La fiaccola sotto il moggio" e "La citta' morta". Un menzione particolare spetta a "Cabiria", un soggetto cinematografico, che testimonia la poliedricita' e il tentativo di incursione di D'Annunzio in tutti i campi della produzione artistica.
L'ultimo romanzo di D'Annunzio di un certo valore fu "Forse che si', forse che no" in cui D'Annunzio aderisce al futurismo, al mito del motore e della velocita'» ultima opera "Il notturno", una raccolta di prose, scritto durante un periodo di cecita' dovuto ad un incidente aviatorio.
Le poesieLA PIOGGIA NEL PINETO
Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole piu' nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepiti'o che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
piu' rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
ne' il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo vólto ebbro
e' folle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
piu' sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
piu' roco
che di laggiu' sale,
dall'umida ombra remota.
Piu' sordo e piu' fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
piu' folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
e' muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra piu' fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
si' che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita e' in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto e' come pe'sca,
intatta,
tra le pa'lpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alve'ari
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malle'oli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.
NELLA BELLETTA
Nella belletta i giunchi
delle persiche me'sse e delle rose
passe, del miele guasto e della morte.
Or tutta la palude e' come un fiore
lutulento che il sol d'agosto cuoce,
con non so che dolcigna afa di morte
Ammutisce la rana, se m'appresso.
Le bolle d'aria salgono in silenzio.




