Le bret, il giurista di Richelieu

Cardin Le Bret (1558-1655), signore di Flacourt, avvocato generale al parlamento di Parigi, intendente dei Tre vescovadi, consigliere di stato, ha vissuto sotto sei re - Enrico II, Enrico III, Enrico IV di Borbone, Luigi XIII e Luigi XIV - e ne ha serviti quattro. E' spesso considerato come il giurista e il portavoce di Richelieu.

Nel suo libro De la souvrenite' du Roy (1632), Le Bret afferma l'origine divina del potere, ma ammette che in origine questo sia appartenuto ai popoli che godevano allora del potere sovrano. Da quando Dio ha imposto loro dei re essi sono stati privati di tale potere e non potrebbero vendicarlo di nuovo. La sovranita' non solo e' alienabile, ma anche definitivamente alienata. Il re non dipende da alcun altro potere che da Dio, da cui e' direttamente delegato. Altrimenti, se il suo potere non fosse completo, non sarebbe veramente re.

Il potere regale e' illimitato all'esterno. Le Bret si basa sul diritto positivo. La posizione del re di Francia non e' ne quella dei vassalli dell'Impero, ne quella dei tributari della Santa Sede. Non deve rendere omaggio alla Chiesa romana. La sua sovranita' e' immediata e perfetta.

Anche all'interno il re di Francia non e' soggetto a nessuno. Non fa parte di quei principi che all'atto della consacrazione s'impegnano sotto giuramento con i sudditi a cose che derogano dai diritti della sovranita'. Le Bret comincia dunque col respingere la monarchia limitata.

Le manifestazioni della sovranita'

Le Bret svolge anche un'analisi delle manifestazioni della sovranita' piu' approfondita delle precedenti. La sovranita' si manifesta in primo luogo e innanzi tutto attraverso il potere legislativo. Si ricordi Bodin: "fare e disfare la legge". Le Bret dice: "Spetta solo al re fare leggi, cambiarle e interpretarle". Il re e' l'autore delle nuove leggi; modifica le leggi e le ordinanze vecchie: leggi generali, leggi municipali e consuetudini. Puo' anche interpretare le leggi esistenti ma - e questa riserva di Le Bret e' curiosa - "senza forzarne il vero significato". La sovranita' si traduce poi nel potere che noi oggi definiamo esecutivo, quello di fare eseguire le leggi e di gestire quotidianamente il governo. Esso comporta:



Il diritto di nomina, la creazione degli ufficiali. Le Bret e' contrario alla governalita' e all'ereditarieta' delle cariche. Come vedremo, Richelieu le ammettera' solo perche' tornare su questo punto significherebbe provocare eccessive difficolta'.
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Il potere di polizia. Le Bret lo toglie ai signori feudali per rimetterlo alla monarchia. Quanto alle corti supreme, i loro regolamenti sono stabiliti solo provvisoriamente.
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I diritti demaniali che si estendono sui fiumi navigabili, le grandi strade, le foreste, le miniere.
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L'istituzione dei servizi pubblici (Le Bret non usa questo termine) tra i quali le poste.
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Il potere finanziario. Per soddisfare le esigenze di tutta questa amministrazione il re e' padrone sovrano delle finanze; ha il diritto di riscuotere le imposte e i sussidi dai sudditi senza limitazione da parte degli stati generali e del parlamento.
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Il potere "federativo", come sara' chiamato piu' tardi, vale a dire quello di fare la guerra e di trattare. Solo i re hanno "il potere di dichiarare la guerra, comandare gli eserciti e fare la pace"
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L'indivisibilita' della corona

Molteplice nelle manifestazioni del suo esercizio, la sovranita' appartiene solo al re, unico sovrano del regno . "La sovranita' - dice Le Bret - non e' piu' divisibile del punto geometrico". Nessun obbligo dunque per il re di comunicare i suoi progetti ne' al consiglio, ne' alle corti supreme. Soltanto, ed e' questa una differenza tra la scuola francese e la scuola fiorentina, la comunicazione dei progetti e' giudicata dalla prima "conveniente a un gran re", mentre la dissimulazione caratterizzava il principe di Machiavelli.

Le Bret ammette gli stati generali, perche' "queste assemblee non sono affatto in contrasto con la sovranita' dei re, non diminuiscono affatto la loro autorita' e non combattono in alcun modo le massime fondamentali della monarchia". Quando Le Bret scrive l'ultima riunione degli stati e' ancora recente, ed essi erano stati tenuti abbastanza spesso in precedenza. Egli puo' dunque pensare che la consuetudine sia ormai stabilita, anzi se lo augura. Ma siccome tutti i poteri appartengono, come ha detto, al principe, anche in materia finanziaria, gli stati sono semplicemente consultivi, si limitano con i loro cahiers a far conoscere le suppliche e le lagnanze. Le Bret non e' piu' favorevole agli ordini privilegiati che al Terzo stato. Per quel che riguarda la sovranita' del re, "la condizione degli ecclesiastici e' quasi uguale a quella degli altri sudditi". Per non urtare le opinioni correnti, riserva alla nobilta' una certa preferenza nelle attribuzione delle cariche, che pero' sono tutte gratuite e non implicano un diritto; inoltre la nobilta' resta aperta. Le Bret, che apparteneva personalmente alla nobilta' di spada di recente creazione, e' fautore della nobilitazione che fara' entrare nel suo ordine gli ufficiali della monarchia, sia civili che militari.

Spinto sempre dalla propria condizione personale, egli ammette anche il diritto di rimostranza dei parlamenti, ma non per i grandi affari. I parlamenti svolgono un ruolo utile quando si tratta di problemi tecnici e di difficolta' contenziose. Tuttavia, il teorico dell'assolutismo ha ancora una volta la meglio sul giurista, e Le Bret abbozza una teoria di quella che sara' nell'epoca contemporanea lo stato di necessita' o Nodstand. In certi casi, "per sovvenire ad una necessita' pressante per il bene pubblico, sembra allora che tutto sia permesso" e la resistenza diventera' disobbedienza.

Il potere illimitato

Come i giuristi che l'hanno preceduto, tuttavia, Le Bret resta attaccato all'idea di leggi fondamentali, allora in genere consuetudinarie. Secondo una delle caratteristiche della monarchia assoluta, esse sono intese non gia' alla protezione dei sudditi bensi' al rafforzamento dello stato. Le Bret, che invoca l'ereditarieta', la pseudo-legge salica, la maggiore eta' a quattordici anni, si preoccupa solo delle prerogative regali.

L'unico punto in cui Le Bret sembra limitare l'azione del sovrano e' la garanzia della proprieta' privata. La proprieta' non feudale cresce contemporaneamente alla monarchia: e' questa una delle ragioni dell'alleanza che si stringe spesso tra i borghesi e la monarchia. Le Bret respinge come "vergognosa e servile adulazione" l'idea che i sudditi posseggano i loro beni solo a titolo "precario e d'usufrutto", mentre la vera proprieta' apparterebbe al principe per diritto di sovranita'. Tuttavia Le Bret estende largamente il caso di quella che noi oggi chiamiamo "espropriazione per pubblica utilita'". Spiega che "le eredita' private sono a tal punto soggette al pubblico potere che questo puo' disporne quando le eredita' gli occorrono per sua comodita'". Prevede allora un indennizzo. La proprieta' appartiene si' ai sudditi, ma i diritti che il re ha su di essi sono molto ampi.

Anche per quel che riguarda le altre disposizione di questo stato che il principe rappresenta, Le Bret segna la transizione tra il Rinascimento e il periodo dell'assolutismo puro. Se gli ordini sono ingiusti, ci potrebbe in teoria essere rifiuto dell'obbedienza; ma si presume che gli ordini del principi siano giusti. Perche'? Perche' gli ordini si basano sulla ragion di stato. Bisogna obbedire agli ordini anche se sembrano ingiusti perche' il loro fine e' in ultima analisi il bene dello stato. Tuttavia non solo il suddito ha dei doveri, ma anche il principe. E' compito del sovrano ricercare con tutti i mezzi il bene comune dei sudditi. Ora Le Bret lancia un grido d'allarme di cui ritroveremo l'eco lancinante lungo tutto il XVII e XVIII secolo. Egli denuncia la miserabile condizione delle popolazioni rurali: "La condizione dei contadini delle campagne e' peggiore di quella delle bestie; essi vivono ormai solo nell'indulgenza e nell'amarezza". Le Bret si rivolge al re perche' cessino gli abusi dei funzionari e l'oppressione dei potenti, perche' sia assicurata la pace, senza la quale non c'e' felicita' possibile.







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